L’Arte Segreta del Coltello in Italia

Un precedente che influenzò i metodi sul maneggio del coltello italiano fu la scherma di daga e pugnale insegnata dai maestri d’armi dal ‘300 al ‘600. E proprio dalla seconda metà del XVII secolo tale modo di combattere fu adattato, in ambito popolare, al sempre più frequente uso del coltello come arma (sia a lama fissa che a serramanico). Così iniziarono a crearsi dei metodi sul maneggio del coltello che nell’800 si svilupperanno in un’arte elegante e letale, continuando a migliorarsi sino ai primi decenni del ‘900.

Definendo da questo sviluppo una suddivisione dell’Italia in zone principali, risulta che le regioni del Nord, in parte quelle centrali, alcune meridionali e insulari ne rimasero prive. Esistevano però in quei luoghi persone comunque capaci nell’usare il coltello, ma tale abilità deriva dalla conoscenza di alcune precise azioni tecniche. L’apprendimento di tali tecniche, generalmente appartenenti ad un modo di combattere molto ravvicinato, era prerogativa sia della malavita (come quella milanese, che adoperava il maresciall eccetera) che di certe popolazioni (i romagnoli, gli abruzzesi, eccetera).

Lo sviluppo di una vera arte del maneggio del coltello alla genovese, il catalano, lo zompafuosso, la sfarziglia, il rasolino, il salitano, la molletta, eccetera), si verificherà invece in sei regioni: Corsica (si usava un coltello simile al genovese), Lazio, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Le ragioni di questa particolare situazione sono complesse, ma in generale sono da ricondurre alla mentalità di quelle popolazioni, presso le quali la difesa dell’onore era un concetto tenuto in gran conto anche in ambienti popolari, laddove il sentirsi superioi dipendeva proprio dalla capacità di duellare, come accadeva per quanti seguivano il codice cavalleresco nei ceti sociali elevati. Queste genti decisero dunque di affidarsi alla loro arma preferita, il coltello, creando così nel tempo un’arte sul suo maneggio.

In ognuna di queste regioni, sia nelle principali città che nelle cittadine di provincia, esistevano scuole (ovviamente clandestine) dove s’insegnava ad usare il coltello, seguendo un preciso metodo che ne contaddistingueva la regione o l’area locale di provenienza.

Dieci le scuole: corsa, romana, napoletana, salernitana (con un metodo particolare che prevedeva l’uso di due coltelli), foggiano-barese, brindisino-leccese, tarantina, calabrese, palermitana e catanese. Oltre a queste vi era poi quella degli zingari. Le diramazioni furono numerose, anche perchè dall’insegnamento di un maestro caposcuola, ad opera degli allievi, si sviluppavano nuovi metodi, apportando a quelle dei maestri nuove azioni tecniche nate dall’esperienza. L’istruzione al combattimento si suddivideva in: uso del solo coltello, del coltello e giacca, o altro indumento, avvolto al braccio sinistro per difesa, nel modo di adoperare il coltello nelle risse di osteria o altri luoghi e in quello da usarsi quando si è ammanettati ai polsi.

Attualmente il recupero di questa antica tradizione, tra le più interessanti ed eleganti nel suo genere, intesa semplicemente come arte di combattimento, è inserita, unitamente al ballo con il coltello, nel metodo SCRIMA insegnato dai maestri dell’IRSAST (Istituto di Ricerche e Studi dell’Accademia di Scherma Tradizionale) e viene divulgata a livello internazionale.

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